STORIA DELLA MUSICA E DELLA SUA EVOLUZIONE
Da sempre il genere Blues, la cui traduzione
letterale significa “malinconico”, è spesso apostrofato come la “musica del
diavolo”. Gli strumenti impiegati in origine derivano dall’ascolto della musica
bianca che tentano di imitare e sono: la chitarra (che imita il pianoforte) e
l’armonica a bocca (che imita il sax), anche chiamata Mississippi saxofone,
oggetti facili da trasportare e da nascondere. Agli inizi, sia per i testi con
molti doppi sensi che i pesanti riferimenti al sesso e per il ritmo
particolare, il blues fu posto all’indice dalla Chiesa e pertaanto chiamato “musica del
diavolo”. È infatti nel blues che si possono ritrovare le pulsioni sessuali,
ritmiche, ossessive e rituali degli antichi culti e riti legate alla tradizione
magica afroamericana, un lato oscuro che sarà in seguito la base della musica
moderna e soprattutto del successivo genere Rock.
PERCHE' VIEN DEFINITA "musica del diavolo"?
I rituali afroamerindi, come suggerisce la parola
stessa, affondano le loro radici in antiche credenze e vetuste religioni
provenienti da varie culture religiose come le concezioni animiste di matrice
africana e lo sciamanesimo autoctono dell’area Amerinda, due componenti che
ritroveremo poi nella stessa musica.La religione africana è caratterizzata da
uno spinto animismo e feticismo, due credenze complementari e, almeno nella
forma più antica dell’ultimo, molto simili. In questa tradizione tutto è
composto di energia e dunque ogni cosa, dall’oggetto inanimato all’essere
umano, è espressione di una parte del divino che poi si manifesta in forme
differenti. Se dunque tutto è composto di energia, l’Antico cerca di trovare il
mezzo con cui l’energia può muoversi, pervadere i corpi e farli propri in modo
da poterne esser il padrone.
Alla cultura importata con lo schiavismo, di
tradizione africana, si mescola fortemente lo sciamanesimo autoctono presente
nel Sud America, che ben si differenzia dalle credenze africano-bantù per
l’introduzione della figura del “sacerdote”, non solo un saggio, come nelle
tradizioni afro, ma unico depositario del segreto per giungere agli dei che può
utilizzare a suo piacere. Da queste credenze deriveranno i rituali di
possessione afroamerindi e dunque le origini della tradizione diabolica del
Blues.
La storia del Blues affonda le sue radici nel
passato quando, tra il XVI e il XIX sec. furono deportati come schiavi, negli
Stati Uniti d’America, più di 10.000.000 di africani, la “forza lavoro” di cui
i nuovi coloni europei avevano bisogno per poter sfruttare le ingenti risorse
del nuovo Mondo. Imbarcati però in catene su navi negriere, accalcati in stive
al di sotto di ogni limite di igiene e condizione umana alle quali solo un
terzo dei deportati sopravvivevano, nascosti tra tatuaggi e parole
incomprensibili, i neri d’africa portarono con loro anche le tradizioni, la
cultura e soprattutto le credenze religiose di un popolo dalle antiche origini.
LE RADIO PIRATA
Nel 1964 in Inghilterra suonavano, tra gli altri, i Beatles, i Moody
Blues, gli Who, i Rolling Stones, gli Yardbirds di Eric Clapton e i Kinks.
Davanti a questo scenario unico nella storia della musica pop, le trasmissioni
radiofoniche erano ancora dominate dai tre canali radio di BBC, che confinava il
pop a pochissime ore la settimana e non voleva saperne di ospitare i gruppi
delle etichette indipendenti. Le trasmissioni musicali erano dominate dai
gruppi delle grandi case discografiche come EMI e Decca. Il gusto un po’
ingessato dell’emittente e alcuni regolamenti bizantini – che per esempio
limitavano a cinque ore il massimo in cui si potevano suonare dischi in diretta
– rendevano le cose ancora più complicate: spesso le canzoni venivano mandate
in onda cantate da altri interpreti o in versioni solo strumentali.
In questo ambiente fece spicco la figura di Ronan O’Rahilly, un
ragazzo irlandese di 24 anni, discendente da un celebre combattente per la
causa dell’Irlanda repubblicana, che descriveva se stesso come anarchico e in
possesso di un forte carattere carismatico. I gruppi della sua piccola
etichetta – allora completamente sconosciuta – non avevano nessuna speranza di
ottenere spazio su BBC,
per cui O’Rahilly cominciò ad informarsi su alcune esperienze olandesi, danesi
e svedesi di stazioni radiofoniche che trasmettevano dal mare.
La
legislazione della terraferma, nel Regno Unito come altrove, finiva a pochi
chilometri di distanza dalle coste: oltre quel limite si era in acque
internazionali e la legge da osservare era quella del paese in cui era
registrata la nave. Se la legge di quel paese non aveva obiezioni contro la
trasmissione radiofonica marittima, era possibile far sentire una radio a chi
stava sulla terraferma senza essere illegali.
O’Rahilly
decise quindi di mettere in piedi la sua stazione, “Radio Caroline”,
riadattando una nave passeggeri danese di 700 tonnellate, Dopo il suo lancio
nel marzo del 1964, Radio Caroline ebbe un successo straordinario: trasmetteva
musica pop tutto il giorno – la vera novità rispetto ai seriosi canali di BBC – e arrivò a
raggiungere, dopo pochi mesi dall’inizio delle trasmissioni, quattro milioni di
ascoltatori. Anche se inizialmente era tutto molto amatoriale – ma agli
ascoltatori interessava la musica, e quella non mancava – presto comparvero
molte caratteristiche delle radio commerciali di oggi. Venivano trasmesse
pubblicità, vietate per radio dalla legge britannica fino agli anni Settanta.
Erano famosi anche i suoi giochi a premi, in cui si potevano vincere anche
quatttromila sterline (una cifra molto ragguardevole per l’epoca).
Durante
le trasmissioni si parlava molto in diretta e i DJ potevano scegliere la musica
che preferivano (senza pagare nulla agli autori); comparivano come ospiti molte
star dell’epoca, come il presentatore Jimmy Savile o gli stessi Beatles; la
radio vendeva magliette personalizzate; i DJ si guadagnavano un seguito di
pubblico entusiasta che scriveva centinaia di lettere alla casella postale
della radio, sull’Isola di Man. Uno dei più popolari, Mick Luvzit, sposò la sua
fidanzata alla radio e in diretta nel 1966. Molti di loro sarebbero passati a BBC quando venne
cominciarono le trasmissioni del nuovo canale Radio 1, nel settembre 1967, diventando
presentatori radiofonici e televisivi molto famosi.
Radio
Caroline non rimase a lungo la sola radio pirata. Già mentre
O’Rahilly stava lavorando al suo progetto, l’imprenditore australiano Alan
Crawford aveva avviato il “Progetto Atlanta” per un’altra stazione radiofonica
galleggiante, che cominciò le trasmissioni poche settimane dopo Radio Caroline.
Nei mesi successivi ne nacquero molte altre: Swinging Radio England, Radio
Scotland, Radio London, BBMS. In un sondaggio del 1966, il 45 per cento dei
britannici disse di sintonizzarsi regolarmente su una radio pirata o su Radio
Luxembourg, la potente emittente lussemburghese che era una specie di antenata
delle radio pirata.
Nel
frattempo, poco dopo l’inizio delle trasmissioni – e a causa di rapporti non
facili con Radio Atlanta, con cui alla fine si fuse – la nave dove era nata
Radio Caroline si spostò dall’altra parte dell’Inghilterra, gettando l’ancora
circa cinque chilometri al largo di Ramsey, nell’Isola di Man. Un’altra nave
rimaneva al largo dell’Essex per raggiungere gli ascoltatori del sud
dell’Inghilterra, mentre Radio Caroline North si poteva sentire in Scozia,
Irlanda e Inghilterra del nord.
La
vita a bordo era una specie di telenovela continua: il compenso per i DJ era 25
sterline la settimana, venti sigarette e birra gratis; restavano a bordo due
settimane e poi andavano per una settimana sulla terraferma a spendere tutto.
Una volta Johnnie Walker, un DJ arrivato 21enne sulla nave che aveva scoperto
lì la marijuana, disse in diretta che a bordo era finito il “tè”, e con il
carico postale successivo arrivarono parecchie canne già rollate mandate dagli
ascoltatori.
L’epoca
d’oro delle radio pirata, però, non durò molto. Tra le decine di radio pirata,
ci furono quelle che nacquero occupando vecchi forti della marina o altre
strutture militari in disuso sull’estuario del Tamigi: in una di queste, Radio
City, il proprietario Reg Calvert venne ucciso a colpi di pistola dal suo ex
socio Oliver Smedley. Il mondo delle radio pirata – che diversi parlamentari
criticavano moltissimo – rischiava di finire fuori controllo. Nonostante le
proteste, il governo britannico pose di fatto fine all’epoca delle radio pirata
con il Marine Offences Act, che entrò in vigore il 15 agosto 1967. La legge, tuttora
in vigore, «proibisce di trasmettere dalle navi, dalle strutture off-shore e
dagli aerei in acque territoriali britanniche, o da navi e aerei registrati nel
Regno Unito dovunque si trovino».
Quasi
tutte le radio pirata smisero di trasmettere e anche molto personale di Radio
Caroline se ne andò. O’Rahilly, però, aveva deciso di andare avanti e, poco
dopo la mezzanotte di Ferragosto, disse «Radio Caroline continua» e mandò All You Need Is Love dei
Beatles. La stazione dovette fermarsi – per una lunga pausa di quattro anni –
solo nel marzo del 1968, quando i marinai si rifiutarono di andare avanti se
non fossero stati loro pagati gli arretrati. A partire dal 1972 Radio Caroline
ha ripreso e interrotto le trasmissioni diverse volte – oggi trasmette ancora –
e ha cambiato nave, ma non è più tornata alla fama di un tempo. Ron O’Rahilly è
molto malato ed è tornato a vivere in Irlanda.

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